Intervista a Enrico Tubertini: rabdomante di forme

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Tra i miei propositi per l’anno nuovo c’era quello di dare nuova forma ai contenuti del nostro blog, oltrepassando i confini del Teatro e abbracciando anche quelli dell’Arte. Sempre che poi tra le due confini ne esistano!

Ho deciso di farmi accompagnare in questo viaggio sperimentale da un’artista davvero d’eccezione. Perché lui? Perché per me è un’anima in fiamme (citando Bukowski). Un fuoco ardente di pura passione, cromatica e non solo. Con lui scopriremo cos’è la pittografia e come si possa creare una vera e propria opera d’arte seguendo la propria sensibilità. Curioso di sapere di chi sto parlando? Scopriamolo subito insieme!

 

Chi è Enrico Tubertini?

Enrico Tubertini

Selfie sdraiato sul divano

Alla veneranda età di 48 anni inizio ad avere più chiara la risposta a questa domanda. E’ un sognatore ad occhi aperti, determinato nel raggiungere i propri obiettivi, come dice la mia frase di presentazione su Facebook.

Un “rabdomante di forme” attratto dall’imponderabile, nella continua tensione per trovare una forma, stravolgendo l’originale per dare una nuova connotazione. Un regista che ama i rapporti tra gli esseri umani, intesi come non detto, come involontarietà del gesto o del pensiero, nascosto dietro un lapsus. Un fotografo che ferma l’attimo rubandolo alla vita. Un rielaboratore d’immagini preesistenti, un sovvertitore di status quo. Uno che non ama la routine, uno che non ama dire ciò che non è, uno che ama viaggiare… uno che ama, prima gli altri poi se stesso, anche se si piace abbastanza. Uno che al liceo prendeva in braccio il prof di Chimica ed abbracciava quello d’Italiano quando gli chiedeva di consegnargli il compito in classe. Uno che ama il colore in tutte le sue sfaccettature, uno che ama l’arancione, ma non riesce più ad indossarlo, uno che ha odiato il nero, finché non ha capito che era eleganza, allora l’ha amato. Uno a cui non piace la cioccolata, perché non ha contrasti cromatici. Uno che non sopporta la menzogna, uno che pensa che l’arte non debba essere tristezza e solitudine. Uno che pensa che un mondo senza gli altri, sarebbe un posto brutto dove vivere. Uno che vuole vivere in salute fino a 90 anni e si sta organizzando per questo. Uno cosi!

 

Tre aggettivi con cui ti descriveresti?

Anche se mi divertono di più gli avverbi! Fantasiosamente, tenacemente, gioiosamente, in realtà c’è una mia opera “R.I.V.” dove si parla del cambiamento che avviene entrando ed uscendo da un tunnel e li io metto quattro punti base dal quale partire che sono: bellezza, libertà, coerenza e serenità che non è detto che mi descrivano, sicuramente mi appartengono, al quale aggiungerei eleganza.

 

Cosa rappresenta l’arte per te e come ha cambiato la tua vita (o persona)?

Pittografia

“GIOIA” – 70×100 – kapatech – personografia – ET17

Diciamo che la parola arte e la parola artista mi sono sempre sembrate un po’ pretenziose. Non amo le etichette, sono gli altri che ti devono definire.

Mi ricordo su un set di un videoclip, durante la richiesta di spostare o no una pausa pranzo, alla mia frase:” sono il regista e decido di spostarla di mezz’ora” il d.o.p. disse ”Tu sei il regista nella misura in cui gli altri ti riconoscono in quel ruolo” io gli dissi ”Tu mi riconosci” “Si” disse lui, poi parlai alla troupe che annui’. “Perfetto allora la spostiamo”… non avrebbe avuto senso fermarsi in quel momento. Questo per dire che l’etichetta sono i fatti, le tue opere che te la creano. Ecco, io sapevo di essere un tipo oltraggioso, nel senso buono del termine e tramite il sovvertire ciò che vedevo mi sono creato un linguaggio.

Ho iniziato, fin da bambino a massacrare i pennarelli fino dentro l’anima (tampone) sporcandomi tutto e portando i fogli al limite del buco. Amavo mischiare i colori per crearne dei nuovi. Amavo tenere tutti i pennarelli in ordine cromatico. Un colore non aveva un senso se prima o dopo non vi era un colore cromaticamente più caldo o più freddo. Al nero ci arrivavi per gradi di colore.  Poi con la fotografia ho potuto sperimentare le sfaccettature del bianco e nero ed il piacere degli acidi della camera oscura. Con le gelatine intorno all’obbiettivo, ho creato delle atmosfere lisergiche. Ho iniziato a capire che lo spettacolo della natura e degli oggetti poteva diventare altro se stravolgevi l’RGB… facendo nascere le catofotografie. Poi ho iniziato col movimento sperimentando in Super8, animando oggetti, poi videoclip dove cambiavo velocità all’otturatore creando immagini pastellate velocizzate. Poi dagli oggetti sono passato agli umani realizzando alcuni cortometraggi, poi dagli umani sono passato alle immagini di umani famosi, rielaborate per poi approdare alla realizzazione di opere, le personografie, dove utilizzo il mondo delle persone per ricreare la loro immagine.

Un po’ come facevano gli artisti di un tempo che avevano le commissioni dal signore locale e dove all’interno del quadro al massimo trovavano posto alcuni simboli. Io no, io realizzo l’intera opera con i loro oggetti, sentimenti, passioni, forme. Abbatto quella distanza tra artista, opera e committente che ultimamente è sempre più vasta. Non so se si possa chiamare arte, sicuramente è espressione di sé e se crea emozione allora è arte.

Da quando mi sento padrone di una tecnica diciamo che mi sento molto più sicuro come essere umano, ma colui che si esprime rimane sempre un po’ vulnerabile, la vulnerabilità dell’emozionarsi, la vulnerabilità del non pretendere ma semplicemente del volere e del fare di tutto per ottenerlo.

 

Qual è l’opera o l’artista che più ti rappresenta?

Mantra Enrico Tubertini

“8” – 100×70 – pelografia – ET17

E’ difficile per me rispondere a questa domanda, se intendiamo ogni opera d’arte come una persona, io penso che in ognuno ci sia sempre un qualcosa di meraviglioso, l’importante e’ saperlo trovare. Bene, quando io guardo un film, mi porto sempre via qualcosa che mi ha colpito, uno stacco di montaggio, un intreccio di sceneggiatura, un movimento di macchina, una scelta fotografica, cosi’ come dai quadri, il tocco di una pennellata, la veridicità di uno sguardo, la surrealità di una forma perfettamente integrata, un ordine di presenza nello spazio, una tonalità di colore, una profondità.

Per le opere che realizzo effettivamente un’influenza come concetto di arte l’ho avuta da Warhol, come utilizzo della controfase cromatica… anche se disegno molto, ma molto peggio di lui. Come regista mi piace la nouvelle vague francese ed i movimenti di macchina di Lars von Trier e la rigorosità di Kubrick.

 

Come vedi il mondo dell’arte oggi? Si sente molto parlare di tecnologie digitali, come vedi il loro rapporto e fusione con l’arte?

Enrico Tubertini

“MANTRA” 72×124 – wall of paper/resin – personografia – ET15/17

Penso che il digitale sia una bellissima invenzione, le mie opere sono digitali. Tramite questa tecnica riesco a ricreare ciò che mi serve velocemente, avendo più tempo per scendere in profondità e poter dare molto più sfogo alla mia fantasia e ciò che avrebbe bisogno di tantissimo spazio fisico per essere realizzato, così ha bisogno solo di molta ram e buonissimi processori ed un laboratorio fidato al quale affidare la parte finale del lavoro. L’unica pecca per me, è che le opere per ora, nonostante io ne faccia sempre e solamente una copia, potrebbero non essere uniche e questo rischia di abbassarne il valore. Ma ci arriveremo a rendere uniche le opere digitali.

Io non sono un pittore, non sono un grafico e nemmeno un illustratore, sono uno che ama organizzare cromaticamente le forme che trova e si è inventato una tecnica per personalizzare tutto ciò che crea, rendendo le opere uniche e intime. Penso inoltre che se un pittore è bravo sulla tela lo può essere anche sulla tavolozza digitale, questo dipende solo da lui.

 

Com’è cambiata la concezione dell’arte nell’era della virtualità?

E’ molto più alla portata di tutti e questo, crea massificazione e livellamento, pertanto bisogna cercare di essere particolari e distinguersi. I cellulari sono uno strumento fantastico che se usati male, sono uno spreco enorme. Vedo foto su Facebook sfuocate, brutte, mosse, classiche foto che un tempo si sarebbero buttate.

Digitale non vuol dire abbondanza, vuol dire avere gli strumenti immediati per rasentare il bello di un’ immagine, di un ricordo, di un momento. Sarebbe come mangiare un frutto acerbo, quando si può attendere che maturi. Ecco il digitale ti dà la possibilità di far dare il meglio di sé ad un ‘immagine. Perché non farlo?

 

Che consiglio daresti ai giovani o comunque a tutti coloro che vogliono intraprendere una carriera artistica?

Esprimetevi, “perdete tempo” nel farlo, usate il digitale come diario del vostro mondo. E soprattutto decidete voi il vostro valore, non lasciate che ve lo diano gli altri. Difficile che gli altri credano in voi, se non ci credete voi per primi. Non aspettate, fate. Fregatevene di essere come tutti, siate come più’ vi piacete. Essere come tanti è essere uno dei tanti, essere come pochi è essere! E voi siate! Organizzatevi con amici e fate cortometraggi, fate spettacoli teatrali, tramate. Da soli esprimetevi giocando coi colori e con le forme. Sentitevi eroi. Personaggi di una storia che vi piace che sarà la vostra vita.

 

Oggi che importanza ha la comunicazione web e sui social media per un artista?

E’ un modo veloce e fantastico per fare si che le persone sappiano cosa fai, l’unico problema è che la virtualità dello schermo non rende mai la grandezza dell’opera. Però come mezzo di diffusione, il sito, la pagina Facebook, Instagram sono degli strumenti utilissimi per arrivare ad un pubblico vastissimo e soprattutto mostrare le opere a chi non può’venire a vederle dal vivo. Io perdo ore prima di pubblicare un timelapse o una foto sui miei canali social. Non sopporto, come dicevo prima, la bruttezza delle immagini. Bello non significa nitido, significa curato, emozionale. Col digitale puoi!

Se vuoi scoprire di più su Enrico Tubertini e le sue opere, visita il suo sito dedicato al mondo delle Pittografie.

Ph credits Marco Heracleo Panduro 

Siamo giunti al termine di questa intervista carica di emozioni, idee, parole e immagini. Un modo piacevole per riflettere sull’importanza dell’arte, della sua interpretazione e della sua utilità, anche per lo sviluppo della propria personalità. Facci sapere nei commenti cosa ne pensi e se ti va condividila con i tuoi amici e colleghi 🙂

Trovi tutte le altre interviste del nostro blog nella sezione dedicata al “Dietro le quinte” del Teatro.

 

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Tag:, , , Filled Under: Intorno al teatro Posted on: 5 January 2018

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